#LostandFound
Sempre per la serie “compiti per il Master in Comunicazione delle Scienze”, ecco un altro post scritto in occasione del lancio del Sentinel B2, un satellite del programma europeo Copernicus per il monitoraggio ambientale. L’ho legato al tema “detriti spaziali” come pretesto per parlare di Social Innovation, e cioè – come si legge sulla Stanford Social Innovation Review – quelle buone pratiche che servono a trovare soluzioni innovative a un problemi sociali (nel senso più esteso di società umana e di globo) “che siano più efficaci, efficienti, sostenibili ed eque di tutte le soluzioni esistenti, capace di generare valore economico e valore diffuso per tutta la società.”
Questo post, pubblicato il 27 aprile 2017, racconta, tra le altre cose, della D-Orbit, una B Corp tutta italiana, che avevo avuto la fortuna di conoscere l’anno prima e che fa cose davvero spaziali!

“Che fine fa un satellite quando muore?
Continua a vagare come un povero relitto o torna a terra?
E che succede se nel suo vagare si scontra con altri satelliti?”

Lo scorso 7 marzo, il Sentinel 2B, il nuovo satellite del Copernicus, programma Europeo di monitoraggio ambientale realizzato in collaborazione con l’European Space Agency (ESA), è stato lanciato in orbita per una nuova, importante missione.
Insieme al fratello maggiore, il Sentinel 2A in orbita dal 2015, raccoglierà informazioni accurate e accessibili a tutti, sullo stato di salute della nostra Terra: ambiente, effetti dei cambiamenti climatici, controllo e sicurezza del territorio, gestione delle emergenze.

La notizia è di grande rilevanza per noi europei, sia per gli scopi del Copernicus, tra i più ambiziosi programmi di osservazione della Terra dallo spazio, sia per la paternità del progetto, completamente made in Europe.

Eppure quando si parla di satelliti è difficile non pensare a quanti ne gravitino sulle nostre teste.

I detriti spaziali

È di qualche mese fa la notizia della missione dell’HTV-6, un cargo made in Japan della JAXA, Japan Aerospace Exploration Agency, lanciato in orbita per un esperimento: riportare a terra detriti spaziali. Ecco, questo il nome più comune dei poveri relitti.

I detriti spaziali sono satelliti non più attivi, serbatoi vuoti, pezzi di lanciatori, e cioè i propulsori che spingono le navicelle per aiutarle a superare la forza di gravità e uscire dall’atmosfera.

Prove tecniche di rimozione detriti… fallite

Uno dei compiti della navicella giapponese era di effettuare un esperimento, il KITE, Kounotori Integrated Tether Experiment, per testare una nuova tecnologia per la rimozione di detriti dall’orbita della Terra.

L’esperimento, purtroppo, è fallito al primo tentativo, pare per un problema tecnico che ha impedito lo sganciamento di 700 metri di cavo, realizzato da un’azienda giapponese produttrice di reti da pesca.
La rete avrebbe dovuto agganciare detriti e satelliti “morti”, trascinarli in orbite basse e causarne la distruzione. Come avviene nella pesca a strascico, ma nello spazio.

La spazzatura spaziale: tanta, troppa e troppo più vicina alla Terra

La spazzatura spaziale sta diventando un grosso problema soprattutto nell’orbita terrestre bassa, quella a circa 800 km dalla Terra.

Sappiamo che 750 mila detriti hanno dimensioni poco superiori al centimetro, che oltre 6.000 sono satelliti artificiali e di questi solo 1000 sono satelliti attivi, (dati D-Orbit, 2016).

In mezzo a tanta immondizia, anche un solo frammento di pochi millimetri può trasformarsi in proiettile velocissimo (tra i 7 e i 12 km/secondo) e pericolosissimo per strutture ancora funzionanti.

È ciò che è accaduto il 22 gennaio 2013 ad un piccolo satellite russo, il Ball Lens in The Space, BLITS, in orbita per effettuare esperimenti sulla riflessione dei raggi laser.
Fu colpito da un detrito del satellite meteo Fengyun 1C, distrutto dai cinesi durante un test “anti-satellite”.
L’impatto fu talmente forte che il frammento pare riuscì a far cambiare orbita, velocità e assetto a BLITS.

La spazzatura spaziale: un problema a monte

Il problema dei detriti spaziali è a monte: quando un satellite smette di funzionare viene abbandonato a se stesso.
Può capitare che qualche pezzo rientri sulla Terra. Per fortuna sono poche le probabilità che un relitto spaziale ci cada in testa perché il nostro pianeta è ricoperto per l’80% da un sottile strato di mari e oceani, e solo per il 20% da crosta emersa. Più facile precipiti nel deserto o finisca in mare.

Eppure l’allarme c’è perché non c’è sicurezza.
Nessun satellite è mai stato fornito di strumenti che ne controllassero l’assetto al rientro in atmosfera, almeno fino ad oggi.

Alcune aziende e agenzie aerospaziali, come la JAXA, stanno sviluppando sistemi per il rientro controllato di satelliti e altri oggetti spaziali.

Tra queste c’è anche l’italiana D-Orbit, nata nel 2011 e oggi B Corp certificata, cioè una di quelle società  “for social profit” nate da pochissimo in Italia, e che agiscono a beneficio loro e della sostenibilità dell’ambiente (anche sociale) in cui operano: lo spazio e noi tutti.

“D-Orbit is disrupting the space industry by redefining commissioning and decommissioning, addressing shortcomings, preserving space resources, and creating value in the process.”

D-Orbit sta rivoluzionando l’industria spaziale.

Grazie ai sistemi di “decomissioning” (smaltimento) installati a bordo dei satelliti, D-Orbit permette di controllare a distanza e in tutta sicurezza le manovre di rientro dei veicoli in disuso.
In tal modo tempi, sprechi, e costi dell’operazione vengono ridotti sin modo apprezzabile, con l’ulteriore vantaggio di salvaguardare le risorse spaziali e creare valore nel processo.
Più Social Innovation di così!