La prima volta che ci incontrammo ci conquistarono una barzelletta e un “mi posso presentare?”
Il resto furono solo conseguenze… logiche.

Tra filosofia, logica intuizionista, treni che passano e pinguini, ecco come avvenne il primo incontro tra me e quel logico molto particolare di Giovanni Sambin, mio marito.

 Il discussant di Johnson-Laird

Il discussant di Philip Johnson-Laird attraversò la sala con passo spedito, salì sul pulpito e infilò il primo lucido sotto la potente lampada della lavagna luminosa.

Il testo era scritto a mano, con un inchiostro verde come il colore del fastidioso maglioncino di cotone che portava sulle spalle il relatore.
Mentre realizzavo che quel piccolo uomo era il famoso professor Giovanni Sambin, che da più di un anno alcuni miei compagni di corso mi dicevano di dover assolutamente conoscere, la sala aveva iniziato ad animarsi. Tutti ridevano divertiti. Non avevo ancora letto il primo lucido.

Che dire quando si approccia un prof?

Quella mattina al convegno ero un po’ turbata.
Nonostante le apparenze, non sono mai stata un animale particolarmente sociale. Diciamo pure che, tra gli animali, quello che più mi somiglia è l’orso e quindi la parte di chi si presenta ad un professore per dirgli non so ben cosa, mi dava una gran pena. Cosa si raccontano un giovane, potenziale ricercatore e un professore? L’uno infioretta l’altro per captatio benevolentiae, mentre l’altro si lascia lisciare il pelo?

La mia laurea con Emanuele Severino, oltretutto, mi accompagnava come un pesante fardello.
Filosofo troppo filosofo e troppo poco analitico, secondo certi ambienti filosofici e scientifici, capii tardi e a mie spese, che il “maestro”, direttamente o indirettamente, non mi avrebbe mai aiutata né incoraggiata a continuare nel campo della ricerca.

Per tutta la giornata avevo pensato ad un modo semplice ma efficace di presentarmi. E per tutta la giornata avevo cercato tra la gente un uomo alto, anziano, magrissimo, con la barba e gli occhiali tondi. Era così che m’immaginavo il professor Sambin.

Durante uno dei coffe break, mi attrasse il modo gentile in cui una giovane donna s’era avvicinata ad uno dei relatori. M’era proprio piaciuto quel suo dire molto cortese: “mi scusi, posso presentarmi?” e così mi ero tranquillizzata: avrei provato ad usare la sua stessa formula. E almeno con i convenevoli ero a posto.

Decisi di aspettare che il professor Sambin facesse il suo talk, anche per capire che tipo fosse. E se fosse stato un insopportabile spocchioso?
Ce ne son tanti nell’ambiente. Meglio aspettare, sì. Al limite mi sarei defilata.

Passa il treno

E finalmente venne il momento.

Maestra: Ecco, ragazzi, il titolo del tema di oggi è: “Passa il treno”
Pierino: Svolgimento: “E mi me scanso”.
Maestra: “E mi te bocio. Fai firmare dal papà.”
Papà: “Megio bocià che schissà dal treno”.

Wow!
Non potevo credere che il discussant di Johnson-Laird, per dimostrare la sua tesi contro il famoso psicologo cognitivista, avesse esordito con una barzelletta scritta a mano in un colore verde bile su di un lucido qua e là scachicchiato. E per giunta in dialetto!

Philip Nicholas Johnson-Laird era il big del convegno Reasoning: the logical and the psychological perspectives (i cui atti sono stati poi pubblicati nel libro Ragionamento: Psicologia e Logica) che si stava svolgendo a Padova in quei giorni di fine maggio 1999.

Figura di spicco della psicologia contemporanea, Johnson-Laird a quel convegno rappresentava la posizione di chi nega al pensiero la capacità di eseguire processi deduttivi attraverso sistemi logico-formali e formule sintattiche del tipo “A & B” oppure “A → B” dove “&” rappresenta il connettivo logico che esprime la congiunzione “e” tra due elementi e “→” l’implicazione che esprime un “se…allora“.
Egli sostiene, invece, che la nostra capacità di effettuare ragionamenti derivi soltanto dalla nostra abilità linguistica e dalla conoscenza dei meccanismi del linguaggio.

Discutere la posizione di Johnson-Laird: chi meglio di un intuizionista?

Non avevo ben capito cosa stesse facendo Sambin nel suo talk, un po’ per la mia lacunosa conoscenza dell’inglese, un po’ perché per me quello era un mondo tutto da scoprire e avevo addosso ancora tanta “scuola continentale”, quella che nel Novecento ha coinciso con la produzione europea di una filosofia intesa come attività ermeneutica, in continua interpretazione del reale.
Inoltre, mi portavo addosso il peso del pregiudizio per cui su certe cose è meglio non scherzarci troppo. Sarebbe poco serio 😉

Col senno di poi mi rendo conto che la strategia di Sambin fu davvero geniale: per mostrare che il grande psicologo aveva torto, quale modo migliore se non provare la indiscutibile abilità deduttiva di un intero audience mostrando il meccanismo logico (!) sotteso ad una barzelletta che sembra lontana anni luce da alcunché di logico?

Del resto solo un intuizionista con la sua fissa di esibire la prova concreta delle sue dimostrazioni avrebbe potuto smontare la posizione di un big delle scienze cognitive.

Il suo esperimento era perfettamente riuscito, com’egli stesso aveva scommesso sarebbe accaduto. Chapeau, professor Sambin.

Mi resi allora conto che quel piccolo uomo, un po’ defilato, timido, quasi imbarazzato, mentre discuteva la sua tesi in punta di piedi, era invece un grande uomo, sia per la sua capacità di dar concretezza a ciò di cui parlava, sia per il suo modo di fare semplice, limpido, diretto.

Ero felice che il professor Sambin si fosse presentato a quel modo. Avevo speranze che riuscissimo ad intenderci.

Che ci facevo lì?

Era l’inizio del 1998 e stavo completando i miei studi in filosofia. Avevo concentrato la mia attenzione su due discipline, la filosofia teoretica e la logica, e su di un tema che mi appassionava dai tempi del liceo, la questione degli universali.

Filosofia Teoretica

La filosofia teoretica è quella sorta di meta o super filosofia che dall’alto osserva e scruta tutte le altre discipline, cercando di sviscerarne le cause, le motivazioni profonde, le conseguenze, il loro senso, i metodi più adatti a risolvere specifici problemi.

Logica

La logica è della filosofia lo strumento di indagine più raffinato e preciso: essa sta alla filosofia teoretica come il martello sta al falegname. Per certi aspetti è quindi ancella della filosofia, la sostiene, fornendole strumenti deduttivi precisi con cui condurre ragionamenti in modo incontrovertibile, ovvero non facilmente smontabili, secondo verità.

La questione degli universali

L’avevo incrociata per la prima volta al liceo e poi nella preparazione all’esame di filosofia medievale. Dibattito a me molto caro ed estremamente interessante, grazie al puntiglio di Porfirio (III-IV sec. d. C.), mette a tema alcune critiche mosse da Aristotele al dualismo Platonico tra mondo materiale, imperfetto e corruttibile, e mondo delle Idee, incorruttibile e perfetto.

La questione degli Universali affronta il tema di come riconciliare metafisica e mondo, di come cioè dai principi universali e le strutture costanti che fondano e giustificano il mondo si torni agli accadimenti particolari senza mirabolanti salti.
Tratta quindi del legame problematico che si crea tra fondamento e fondato, essenza ed esistenza, realtà e spiegazione ultima, astratto e concreto quando, a forza di cercare giustificazioni, ci si dimentica che un apparato teorico affonda le sue radici sull’osservazione della realtà concreta.

Porfirio, nelle sue Isagoghé (Εἰσαγωγή), aveva provato a sviluppare cinque concetti: genus, species, differentia, proprium, accidens, probabilmente formulati da Aristotele,  che in qualche modo riunivano con continuità metafisica e fisica, sostanza e mondo, mondo materiale e la sua ragion d’essere, eterna e perfetta, con il suo accadere, precario e transitorio.

Reso esplicito dal puntiglio della Scolastica, la filosofia dominante nel Medioevo, la questione degli Universali si manifesta, anche se in modo discontinuo, lungo tutta la storia delle idee. Simile ad un fiume carsico che periodicamente scompare per poi riapparire, la questione degli Universali riemerge ogni volta che il pensiero filosofico-scientifico raggiunge un livello di astrazione talmente alto e insostenibile da generare abbagli, implosioni, aporie, inciampi del pensiero.

Due esempi tra tutti sono il lavoro di Immanuel Kant sviluppato nella Critica della Ragion Pura e la crisi dei fondamenti della matematica dei primi anni del Novecento che ha generato, tra gli altri, proprio l’intuizionismo di Luitzen Egbertus Jan Brouwer, di cui Sambin è uno dei massimi esperti in Italia.

“Senza i sensi non sarebbe a noi posto alcun oggetto, e senza l’intelletto nessun oggetto verrebbe pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le rappresentazioni visive senza idee sono cieche.”

Immanuel Kant, Critica della Ragion Pura

Il fascino di Mr. Spock

Mi piaceva la logica, anche perché consideravo una sfida con me stessa il fatto di riuscire a lavorare su cose tanto complicate e strane e che fin da piccola avevano colpito la mia fantasia.

Ricordo il fascino del freddo Mr. Spock di Star Trek che, impassibile, deduceva con logica ferrea, conclusioni sempre corrette e stupefacenti quanto a precisione.

Naturalmente studiare logica non mi aveva resa simile a Mr Spock, quantunque la cosa mi solleticasse non poco.

Una logica al di sotto delle aspettative

La logica s’era invece rivelata un po’ al di sotto delle mie aspettative: non era quel corpus di regole precise, perfette e un po’ pedanti che mi ero immaginata.
La logica classica, quella per cui valgono contemporaneamente principio di non contraddizione, di identità e del terzo escluso, conteneva  incongruenze non trascurabili. E questo m’era bastato per volerne sapere di più.

Fatico ancor oggi a capire perché la logica, che ho sempre pensato come risultato di una codifica di attività del pensiero raziocinante e quindi di astrazioni a partire da modi di dedurre molto concreti rintracciabili nella vita di tutti i giorni e alla individuazione di elementi costanti in queste applicazioni, potesse essere immune da errori.
Detto altrimenti, non mi ha mai nemmeno sfiorata il pensiero che la logica potesse essere un corpus di regole provenienti da altrove se non da noi e in quanto tale fallibile.

Però ero altrettanto convinta che fosse stata sottoposta a talmente tanti controlli e perfezionata da essere davvero uno strumento esatto. Ma non certo per merito di qualche dio.

Il pinguino è un uccello?

Scoprire le incongruenze della logica sinceramente mi stupì.

Tutti gli Uccelli volano
Il pinguino è un uccello
Il pinguino…?

La struttura formale di questo ragionamento è quella di un sillogismo corretto. Ma non abbiamo fatto i conti con i contenuti  e cioè con i pinguini, uccelli che non volano.

Cos’era sfuggito al nostro controllo di così importante da rendere la logica uno strumento non proprio preciso?

Avevo cominciato a farmi domande e la cosa mi piaceva molto. Decisi allora che avrei fatto un’indagine intorno a queste questioni per un argomento da sviluppare in tesi. E così andai da quello che volevo fosse il mio relatore di tesi, Emanuele Severino e gli sottoposi la questione.

Io, Brouwer e l’intuizionismo

Lui mi disse: “Guardi, potrebbe vedersi qualcosa dell’intuizionismo di Brouwer”.
Mi piacque l’aver a che fare con logica e intuizione e, detto fatto, iniziai a cercare materiali.

Sì. Ce n’era abbastanza per una bella ricerca.

A quel tempo il dipartimento di filosofia era frequentato, tra gli altri, da alcuni vecchi compagni del liceo laureati in fisica a Padova, che il Sambin l’avevano conosciuto personalmente.

Parlando con loro del mio lavoro di tesi, subito mi avevan detto che, facendo una tesi sull’Intuizionismo, non potevo non conoscere Sambin.
È così che cominciai a sentir parlare di questo professor Sambin.

Curiosa, mi misi a cercare qualche suo articolo e inorridii quando vidi che alcuni materiali riguardavano lavori di psicologia. Non sapevo ancora che di professori Sambin ce n’eran molti e tutti parenti!

Cerca e ricerca, trovo che nell’archivio del dipartimento di Filosofia era segnalato l’articolo dal titolo Per una dinamica nei fondamenti.
‘Interessante’, pensai.

Sambin, la dinamica e il signor Hegel

Ho sempre avuto una passione per il concetto di dinamica che mi ricorda tanto la dialettica di Hegel.
Quel suo mettere a tema la contraddizione come principio logico-ontologico, e cioè formale e concreto allo stesso tempo, della realtà l’avevo trovavo straordinario e geniale questo mettere insieme elementi opposti, incapaci di annullarsi, ma generatori di movimento, vita, conoscenza, novità.
Insomma, tutto ciò che in logica classica è assolutamente bandito, lo trovavo in Hegel estremamente stimolante e fecondo.

Per una dinamica nei fondamenti

Ebbene, leggo Per una dinamica nei fondamenti e scopro con gioioso stupore che questo Sambin non è un cretino, nonostante sia un matematico.

Per rendermelo più familiare ed entrare di più nello spirito e nella lettera dei suoi scritti, avevo anche cercato di immaginarmelo, questo Sambin.
Ne era uscita una figura non particolarmente felice, ma “adeguata” all’idea che le sue parole mi avevano indotto: un uomo alto, magrissimo, ormai anziano ma ancora affascinante, con barba e occhiali tondi. Insomma, una specie di Brouwer, ma con qualche piccolo ritocco verso il brutto e l’intoccabile!

Poi non avevo faticato a farmi scattare anche il pregiudizio, probabilmente tutto mio, sui logici, e cioè che si trattasse di gente pallosa a mille, fredda e poco interessante.

Mi ero chiesta se andarlo a conoscere subito oppure aspettare.
Mi ero detta che sarebbe stato meglio aspettare di concludere la tesi, laurearmi col “maestro” e poi decidere il da farsi.
Col senno di poi avrei fatto meglio ad andare da Sambin prima di laurearmi… Almeno la logica l’avrei imparata da un vero maestro invece che da autodidatta.

Finalmente mi laureo

Una parentesi s’era chiusa dopo un’attesa troppo lunga, e finalmente entrai in un periodo straordinario in cui mi sentivo di poter aggredire il mondo e fare qualsiasi cosa avessi desiderato. La strada ora sembrava solo in discesa. Potevo fare tutto ciò che non avevo fatto fino ad allora. Anche conoscere Sambin, quantunque questa cosa fosse finita un po’ nel dimenticatoio.

L’entusiasmo della laurea, specialmente se in filosofia, rende tutti un po’ sboroni ed io stavo cominciando a credere di poter continuare a studiare all’università, con un dottorato e poi chissà con che altro. Povera illusa.

I mesi successivi alla laurea li trascorsi quindi senza modificare il mio stile di vita: sveglia di buonora al mattino, pulizie di casa, studio in dipartimento al mattino e, per variare, nel pomeriggio una capatina in biblioteca Querini Stampalia, giusto per cambiare panorama e prendere un po’ d’aria.

Reasoning: the logical and psychologic perspectives

Una sera di maggio, avevo invece tirato tardi in dipartimento. Ero rimasta religiosamente appiccicata alla sedia per molte ore a studiare cose sull’infinito in matematica e senza rendermi ben conto di ciò che accadeva intorno. All’epoca avevo smesso di fumare e i tempi tra una pausa e l’altra si erano enormemente dilatati, fin quasi ad annullarsi.

Il caldo aveva iniziato a far capolino, e si stava benissimo ovunque. La luce delle 7 entrava dalle grandi finestre al terzo piano della splendida Cà Nani Mocenigo a San Trovaso e si respirava l’odore dell’aria di mare al tramonto. Un odore particolare, di sale misto ad alghe secche e corda bagnata, che avvolge Venezia verso sera, vestendola di profumi intensi, estivi.

Guardai l’ora e decisi di andarmene a casa.

Attraversai la grande sala del dipartimento fino all’uscita, di fronte alla quale un grande tavolone ospitava spesso informazioni e volantini vari. Uno di essi attirò la mia attenzione. Era giallo e aveva un titolo molto accattivante:

“Reasoning: the logical and psychologic perspectives”

Lo afferrai e inizia a sfogliarlo. Mi resi conto che quella mattina non l’avevo visto sul tavolo.
Forse non c’era ancora quando arrivai in dipartimento, me ne sarei accorta. Dovevano averlo portato nel pomeriggio, son sicura.

Annunciava un evento che si sarebbe tenuto a Padova verso fine maggio. Avevo deciso che ci sarei andata comunque, quando, aperto il flyer, lessi il nome di Giovanni Sambin.

Ma guarda un po’. Doveva esser destino che lo incontrassi quest’uomo. Non avevo dovuto nemmeno fare la fatica di cercarlo, era lui a venirmi incontro e dirmi: “ehi, sono qui, se ti va…”