Lewis Carroll e la logica del nonsenso

Il nesso “logica e immaginazione” è il fulcro dei lavori di Lewis Carroll.
In essi l’autore di Alice nel Paese delle Meraviglie dà dimostrazione della nostra dimestichezza con logica e paradosso, uno scontro tra titani che genera quel nonsenso che, pure, noi comprendiamo benissimo.
Di seguito, un mio lavoro sulle “Alici” di Carroll, che amo tanto, discusso in un seminario a Filosofia a Venezia, l’8 marzo di molti anni fa, quando ancora mi illudevo che ce l’avrei fatta a fare ricerca all’Università… chissà come mai a farcela sono stati, allora, per lo più dei maschietti? 🤔
Buona lettura 🙂

Com’è possibile che la comunicazione riesca anche nei casi in cui si incappi in un “paté d’animo”, ossia frasi senza senso dovute a scambi o deformazione di parole e cioè i malapropismi?
E come riusciamo a restare in discorso quando si incontrano paradossi, giochi di parole, frasi idiomatiche che travisano il senso e che certe logiche (e certe culture) vivono con orrore?

Sostiene Donald Davidson in Una graziosa confusione di epitaffi che è interessante come, a proposito di malapropismi o paronimie, l’ascoltatore non faccia alcuna fatica a comprendere il parlante nel modo in cui vuol essere inteso.

“Paronomia = voluto o accidentale, è lo scambio di parole simili nella forma, ma diverse nel significato. È chiamata anche malapropismo.
Malapropismo è termine derivato dall’inglese, dove “malapropos” (dal francese mal à propos) significa “in modo inappropriato”. Il termine è stato reso celebre da Mrs. Malaprop, personaggio di una commedia di Richard Sheridan.”

Lewis Carroll, 1863

Questa fu, probabilmente, la stessa consapevolezza che mosse Lewis Carroll, autore di Alice nel Paese delle Meraviglie, ad intraprendere il suo viaggio nel fantastico mondo descritto nelle sue opere.

Il nesso “logica e immaginazione” è il fulcro dei suoi lavori.
Il suo interesse è incentrato sulla proprietà delle proposizioni di avere dei sensi che a volte divergono da quelli che il parlante intende comunicare al suo ascoltatore, e che pure questi riesce a comprendere.

Carroll fa del linguaggio strumento e oggetto per il gioco. Spinge alle estreme conseguenze le implicazioni logico-grammaticali dei fenomeni linguistici, sfidando e sperimentando le abilità di parlanti e ascoltatori. Conosce la differenza tra significato strutturale, basato sulle forma logica delle proposizioni, e significato referenziale, e cioè il loro contenuto, il loro senso, e su di essa gioca e lancia sfide.

Il nonsenso: un gioco logico-linguistico

Nelle sue opere, il nonsenso è gioco logico-linguistico: è fatto di parole e dei loro usi.
È il grande gioco giocato da Carroll con i suoi piccoli lettori, che “stanno al gioco” perché ha istruzioni, regole, leggi che loro sanno capire: hanno un “senso”.

Se la dimensione dell’immaginario cigola sotto il rigore della norma, della non contraddizione, della logica del senso e del senso comune, nelle opere di Carroll è tutt’uno con essa e funziona benissimo.
Anzi sembra proprio che il nonsenso scaturisca dall’incontro di reale e immaginario, di logica e immaginazione.

Un po’ ovunque nelle avventure di Alice ci si imbatte in giochi linguistici che non sono solo i famosi portmanteau, le parole-baule inventate da Carroll in cui due o più significati sono tenuti insieme in un’unica parola, come ad es.

smog = “smoke” e “fog”.

Sono anche quelli realizzati usando forme e relazioni logiche che, se infarcite di contenuto, rivelano la loro tipica rigidità e insensatezza. Come dire: per ridere ci vuole logica, ossia deduzioni e confusione, non di epitaffi (!) , ma di livelli: quello tra linguaggio oggetto, il ciò di cui si parla, e metalinguaggio, le regole che lo descrivono.

Quanto siamo bravi con logica, nonsenso e paradosso?

Bravissimi!
Un esempio? Eccolo, tratto da Alice nel Mondo dello Specchio.
Giocato sull’ambiguità della negazione, il dialogo tra Alice e il Re Bianco rievoca un motivo già sperimentato nell’Odissea di Omero nell’episodio dell’incontro di Ulisse coi Ciclopi:

“[…] e non ho mandato neppure i due Messaggeri […].
Guarda lungo la strada e dimmi se ne vedi qualcuno.”
“Nessuno vedo sulla strada” disse Alice.
“Vorrei avere io due occhi così” disse il re con un tono stizzito.
Riuscirei a vedere Nessuno! E a tanta distanza.”

(Lewis Carroll, Alice nel Mondo dello Specchio, Milano, BUR, 1992, pp. 225)

Immagine tratta da “Alice attraverso lo specchio”, (1899), pag. 169

Carroll dà dimostrazione della nostra dimestichezza con logica, nonsenso e paradosso.
E ci riesce non perché abbia realizzato qualcosa di assolutamente straordinario, ma perché ha avuto la straordinaria intuizione di mescolarli insieme e metterli a tema nei suoi libri.
È il risultato ad essere straordinario.

Il padre di Alice dialoga costantemente con il suo pubblico, i bambini, un pubblico che sta imparando e affinando la tecnica del linguaggio e che, pure, riesce a stare al gioco linguistico con molta naturalezza.
Il che ci fa pensare che fin da piccoli siamo predisposti ad accogliere tutti i lati del senso: ciò che ha senso e ciò che non ne ha.
E allora quel che noi diciamo “avere senso“ in ultima analisi cosa significa?

La nostra confidenza col nonsenso

La storia della logica, e ancor prima i miti greci, ce lo raccontano come un evento decisivo (nel senso etimologico di decidere, ovvero “tagliar via”) e tragico, frutto di definizione e separazione. Uno smembramento, come narrano i miti orfici, agito all’interno di sapienza e linguaggio con lo scopo di rimetterli in ordine, renderli più comprensibili e fruibili, dar loro un senso, appunto.
La logica del senso vince su quella del nonsenso: questo il destino dell’Occidente.
Al caos si preferì l’ordine, punto.

Eppure la confidenza che abbiamo col paradosso rivela che la nostra conoscenza ha radici in una sapienza antica, fatta di intuizione, illusione e immaginazione: nonsenso, rappresentato da quell’ebbrezza ed esaltazione senza forma propri dello spirito del dio Dioniso, fatto a pezzi (dilaniato, tagliato, “de-ciso”!) dai Titani.

Il nonsenso? Una confusione di livelli

È la nostra confidenza con ciò che in prima analisi sembra privo di senso e con la nostra capacità di vedere i diversi livelli di discorso che ci consente di capire una battuta, un gioco di parole, un contenuto celato tra le righe.

Questo le creature di Wonderland e di Through The Looking-Glass non lo sanno fare perché una macchina non possiede l’abilità di spostarsi di livello, e cioè dal linguaggio al metalinguaggio.
E le creature immaginate da Carroll seguono una logica ferrea e inflessibile, come fossero piccoli robot.

Eppure è l’incontro/scontro tra il loro mondo e il nostro a scatenare quell’irresistibile voglia di rimanere in comunicazione, anche se paradossale.
E noi, che in questo mondo siamo abituati a guardare un po’ più in là (metalinguaggio), accogliamo con gioia la logica perfetta di quel mondo più terreno, più concreto, che insieme generano quella logica-del-nonsenso che, con i suoi spassosi e sensatissimi nonsense, sa meravigliarci sempre.

Silvia Pittarello

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