Imparare ad aprirsi osservando la nostra anatomia

Vi siete mai chiesti perché l’uomo è com’è, ossia ha occhi, naso, orecchie, bocca?
Potrei rispondere con Aristotele: perché l’uomo è un’animale sociale.

Noi umani, come del resto tutti gli esseri viventi, siamo progettati “per natura” (φύσει, physei direbbe ancora Aristotele) ad accogliere l’altro: per vederlo, sentirlo, toccarlo, conoscerlo, averne esperienza.

Eppure l’uomo, e qui intendo l’uomo occidentale, il suo altro sembra averlo considerato un oggetto, una sorta di fondo disposizione (per parafrasare un altro “filosofone”, e cioè Martin Heidegger) da manipolare, usare, sfruttare e poi gettare.

L’uomo occidentale sembra guardare all’altro da sé con atteggiamento di chiusura, in barba la sua anatomia.

Per presunzione, o forse solo per paura, si è rinchiuso in se stesso facendosi scudo dietro la sua tracotanza, figlia di quella téchne (τέχνη, la tecnica) che lo ha illuso per secoli di essere superiore potente. Rendendolo di fatto soltanto prepotente.

Ho avuto la fortuna di viaggiare molto e viaggiando, di conoscere: paesi, popoli, culture.

Ho imparato che viaggiare è una formidabile palestra che allena al rispetto, alla tolleranza, all’apertura.
Viaggiare per il solo gusto di dire io c’ero non è viaggiare: è perpetuare prepotenza e chiusura a scapito della propria natura e della propria conoscenza.
Viaggiare è apertura per definizione perché inevitabilmente ci si confronta e confrontandosi si comprende via via un pezzetto di vita in più.

Ci sono popolazioni che noi occidentali dovremmo prendere a modello.
Penso ad esempio agli aborigeni dell’Australia o, meglio, a ciò che ne resta. La loro saggezza la percepisci in una stretta di mano, la loro cultura la sperimenti scrutando nella profondità del loro sguardo.
Il rispetto per il loro ambiente e la conoscenza che ne hanno le resi in grado di non aver bisogno di armi particolarmente raffinate, ma soprattutto di sopravvivere in ambienti inospitali.

Eppure gli occidentali li hanno sterminati, in modo sistematico, chirurgico, li hanno privati delle loro terre.
Oggi molti di loro si consumano all’ombra dei piccoli alberi immersi nell’asfalto delle città australiane. Bevono per intontirsi e dimenticare la sofferenza per la perdita della loro terra, che per loro è identità.
Il loro rispetto per l’ambiente e la loro innata apertura sono stati violati e la ricchezza del loro sapere ancestrale la stiamo perdendo.

A chi conviene tutto ciò?
Sinceramente, letto sotto questa luce, non sono convinta che il progresso dell’uomo sia, in fin dei conti, un grande affare se ci costringe a barattare umanità e saggezza con tecnologia.